Paolo Monga, pittore e architetto

Nome completo e professione

Mi chiamo Paolo Monga, sono un architetto ma da cinque anni a questa parte ho affiancato all’attività professionale nel settore edile quella artistica, che sta diventando sempre di più il mio lavoro principale.
Da qualche tempo, oltre ai lavori tradizionali ad olio in studio realizzo su commissione opere murali. Sono due modi di lavorare che mi piace definire analogamente diversi e che presentano problematiche talvolta simili oppure che possono essere completamente diverse, trovo questo doppio impegno stimolante e a volte accade che alcune delle soluzioni pratiche e degli insegnamenti appresi in un ambito si possano rivelare utili anche nell’altro.

Da dove vieni?

Sono nato a Monza ed attualmente risiedo e lavoro a Triuggio, in Brianza.

Come, quando e perché è iniziato il tuo amore per l’arte?

Il mio è un amore piuttosto tardivo: ho cominciato quasi per caso a dipingere ad olio come hobby, più o meno una ventina di anni fa.

Prendere in mano colori e pennelli partendo da zero, mi ha spinto a studiare diversi manuali tecnici e didattici per acquisire le nozioni di base.

Anche entrare con particolare spirito di osservazione in diversi musei, mostre e gallerie è stato molto utile.

Da allora è nata in me la passione per la bella pittura e – pur apprezzando l’arte in tutte le sue forme – prediligo la pittura rispetto a scultura, fotografia od altro.

La pittura mi trasmette sensazioni forti, che altri mezzi espressivi non mi sanno regalare.

C’è un evento che mi ha segnato in modo indelebile e che ha radicato in me decisamente questa passione: la visita alla mostra delle opere di Caravaggio, La Tour, Rembrandt e Zurbaran, a Bergamo nel 2000 curata da Mina Gregori. Di quell’evento conservo gelosamente il ricordo e naturalmente catalogo!

Quando è cominciata quest’avventura nell’arte?

Sono sempre stato appassionato e portato per il disegno, ma ho iniziato a dipingere ad olio soltanto una ventina di anni fa. Inizialmente per rilassarmi dalla routine lavorativa, quando ero già un maturo trentacinquenne.

Cosa hai studiato e dove?

Dopo il diploma per geometri ho proseguito gli studi fino alla laurea in architettura.

Riguardo al disegno ed alla pittura mi considero almeno in parte parte autodidatta, solo dopo un certo tempo che dipingevo, per qualche anno, ho seguito i corsi di una pittrice monzese, per perfezionare la tecnica e la composizione, ma non ho mai frequentato degli istituti d’arte o accademie ufficiali.

Nel corso degli studi da geometra e alla facoltà di architettura ho avuto varie occasioni per tenere in mano la matita e studiare le basi della storia dell’arte. Queste esperienze sono alla base della mia forma mentis artistica sbocciata poi in età più matura.

Sono convinto che per diventare un artista non basti un titolo di studio, il lavoro e lo studio per perfezionare continuamente la propria tecnica ed arricchire le proprie conoscenze culturali, sono fondamentali per ogni pittore così come per qualsiasi altro professionista.

Cosa ti ha spinto ad entrare nel mondo dell’arte e a seguire studi artistici?

Quella esigenza di concretizzare “quella cosa” che intuivo dentro di me mi ha spinto a coltivare quella che era nata come un’attività hobbistica per farla diventare un’attività più concreta.

Indubbiamente la pittura è una attività rilassante ma comporta anche l’ambizione di realizzare qualcosa che sia bello per me che possa essere condiviso da chi mi circonda. Ccome talvolta accade nella vita, dal gioco è scaturito qualcosa di più importante, perché il corso della mia professione aveva intrapreso direzioni che mi hanno offerto nuove opportunità.

Questa evoluzione del mio lavoro è stata apprezzata e sostenuta da persone che non finirò mai di ringraziare, Così ho avuto l’opportunità di fare mostre personali che mi hanno consentito di farmi conoscere ad un pubblico più ampio.

Come studente, qual è stata la lezione più importante che hai imparato?

A dispetto della mia età anagrafica (non più quella di un ragazzino…) mi considero un artista giovane, in fondo dipingo a livello professionale da relativamente poco tempo! Mi sento ancora come un praticante, costantemente invogliato ad imparare e cercare di perfezionarmi.

Penso che nessun artista possa mai definirsi arrivato, se Picasso diceva che un quadro finito è un quadro morto io dico che un’artista arrivato è un artista morto … Questa è la lezione più importante, poi sulla considerazione e sull’evoluzione (o involuzione…) artistica di Picasso ho un mio personalissimo parere, ma questa è un’altra storia…

Come artista, cosa vuoi condividere con il mondo?

Adoro dipingere e lo faccio con grande passione, è un lavoro bellissimo ma allo stesso tempo molto impegnativo che va affrontato con grande serietà, con il vantaggio non indifferente di poter fare qualcosa che piace e non soltanto legata agli aspetti economici pure necessari.

Naturalmente provo un grande piacere quando vedo che qualcuno apprezza i miei lavori, ma ho il medesimo approccio con il lavoro degli altri, quando mi trovo di fronte all’importanza e alla qualità del lavoro altrui provo io stesso un grande piacere a manifestarlo. Trovo coinvolgente condividere il piacere per le cose belle, condividerlo con chi sa riconoscerle ed apprezzarle.

Secondo te, da dove viene l’ispirazione?

Dall’osservazione, persone, delle cose come degli avvenimenti. Nel mio caso talvolta traggo delle ispirazioni da elementi anche banali ma che per una particolare illuminazione o condizione, immaginati estrapolati dal contesto, reputo interessanti.

Bisogna imparare a guardare ed osservare, pensare, troppo spesso siamo presi dalla frenesia oppure ci limitiamo agli stereotipi estetici standardizzati e non sappiamo vedere altro. Per il lavori da eseguire su commissione entrano in gioco anche la sintonia con il committente e gli stimoli che lui stesso è in grado di dare, sono lavori che richiedono anche approcci diversi ma proprio per questo interessanti.

Qual è l’elemento iniziale che innesca il processo creativo? E cosa ritieni sia più importante? Il concetto, l’idea espressa, o il risultato estetico e percettivo dell’opera?

Il concetto ed il messaggio hanno una loro importanza ma ritengo che per un artista una personale qualità del linguaggio sia imprescindibile, quella cosa che lo caratterizza e distingue rispetto a chiunque altro.

Non tutti i miei lavori sono omogenei per complessità o contenuto così come l’idea iniziale può nascere in modi diversi, dall’osservazione di qualcuno o qualcosa che vedo per caso e che mi colpisce particolarmente, oppure da un lavoro più metodico che svolgo per eseguire un ritratto o una natura morta.

Penso che un pittore possa rappresentare ed interpretare i soggetti più diversi, così come uno scrittore può comporre un saggio di 500 pagine ma anche un versetto di tre righe. Quello che conta è l’utilizzo delle parole ovvero la qualità del linguaggio che distingue uno scrittore da un blogger qualsiasi.

Per un pittore è importante che la pittura e la composizione sostengano il soggetto. Una pittura sgrammaticata vanifica un lavoro, e non è assolutamente una questione di realismo e ricerca del dettaglio, piuttosto che di sintesi ed essenzialità, la pittura può essere di grande qualità o scadente indipendentemente dal genere stilistico di appartenenza, che sia iperrealista o espressionista o altro.

Quale fase dell’arte / creazione ti colpisce di più?

Le fasi di maggiore soddisfazione sono quella progettuale dell’opera, l’entusiasmo dell’ideazione che precede la preparazione del supporto che sono solito preparare ad hoc per l’opera che devo realizzare e le fasi finali, quando il risultato del lavoro diventa finalmente godibile.

I momenti più impegnativi trovo che siano soprattutto quelli iniziali della fase di pittura vera e propria, quelli per impostare una buona base del lavoro. Nonostante ormai abbia una discreta esperienza e riesca a prevedere i passaggi necessari a ottenere determinati risultati, è pur sempre un lavoro che richiede una certa sensibilità e pazienza. Inoltre, quando serve, bisogna saper correggere il tiro in corso d’opera per arrivare al risultato immaginato.

Perché hai scelto le arti visive?

Sostanzialmente per una predisposizione naturale. Mi sarebbe piaciuto saper suonare uno strumento musicale, cantare, scrivere una poesia, ma per manifesta incapacità è meglio che mi astenga dal farlo! Non è vero che tutti possono fare gli artisti, credo che oltre alle idee ci vogliono un minimo di talento innato e molto lavoro.

Cosa si prova a manipolare la materia per creare un’opera pittorica?

Mi è sempre piaciuto realizzare delle cose con le mani, i supporti per dipingere, i pannelli di legno sui quali incollo e preparo la tela li fabbrico io.

Trovo che la pittura rispetto al disegno possegga qualcosa in più a livello sensoriale proprio perché permette di manipolare la materia. Non ho mai praticato la scultura, presumo che si provino delle sensazioni differenti ma in qualche modo assimilabili a quelle che si possono provare trattando la materia pittorica. Il fascino che per me possiede la pittura è unico, è qualcosa che non riesco a descrivere con delle semplici parole, si può solo provare …

Perché la pittura ad olio? Cosa rende speciale questo mezzo per te?

La pittura ad olio è la tecnica con la quale ho iniziato a dipingere per l’istintiva attrazione che ho sempre provato nei suoi confronti e che ho continuato a coltivare.

Le altre tecniche quali l’acquerello o i pastelli le ho utilizzate solo saltuariamente. Un discorso a parte riguarda i lavori murali per i quali utilizzo prevalentemente dei colori specifici a base acrilica. La pittura ad olio è un mezzo estremamente versatile, possiede il grande vantaggio rispetto all’acrilico o alla tempera di poter essere lavorata a lungo anche una volta stesa sul supporto e questo consente di poter gestire la stesura della vernice in modo diverso dalle altre tecniche. Poi nell’olio si ritrovano i suoi caratteristici profumi, la bellezza unica, l’immortalità…

È difficile discorrere d’arte senza parlare di sé. Quanto c’è della tua storia, dei tuoi ricordi, della tua vita intima, nelle opere che realizzi?

Alcuni manufatti che certe artistar (il primo nome che mi viene in mente a caso è Cattelan…), io non riesco proprio a definirle opere d’arte, le assimilerei di più ai prototipi od oggetti di design, tanto che sono eseguite da altri artigiani.

Nelle opere che realizzo c’è prima di ogni cosa la mia manualità, il mio segno, il mio lavoro, il mio impegno profuso per perfezionare la tecnica.

Nella rappresentazione e nell’interpretazione dei miei soggetti, cerco di trasmettere il mio modo di percepire la realtà delle persone e delle cose, anche quando racconto qualcosa e comunico un particolare messaggio lo faccio attraverso l’interpretazione di una realtà filtrata dalla mia mente.

Nel mio lavoro si ritrovano i miei ricordi e le mie visioni, ma talvolta anche delle influenze derivanti da opere di altri artisti del passato e del presente che mi hanno particolarmente colpito. In fondo nessun artista può dirsi privo di condizionamenti.

Qual è l’importanza di trasmettere la conoscenza artistica alle nuove generazioni?

E’ certamente molto importante nel percorso formativo ed educativo dei giovani, soprattutto in un mondo iperveloce ed ipertecnologico come il nostro, nel quale è facile perdere la cognizione di alcuni valori fondamentali.

La conoscenza dell’arte e della sua storia, in generale questo vale per tutte le discipline utili all’arricchimento culturale, contribuisce allo sviluppo di una forma mentis che non sia limitata alle sole necessità professionali presenti o future piuttosto che alle forme di svago più banali.

Un individuo colto è ricco interiormente, sta sicuramente meglio lui e forse è anche in grado di fare stare meglio le persone che lo circondano. Ma se non si stimolasse nelle nuove generazioni la scoperta di una passione possibile per l’arte, come si potrebbe pensare di stanare i nuovi talenti nascosti e di trovare dei degni successori agli artisti contemporanei?

Secondo te qual è la funzione sociale dell’Arte?

Papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli Artisti scriveva: “essi (gli artisti) non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell’intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune”.

In generale ritengo che la funzione sociale dell’arte possa assumere un ruolo di maggiore o minore importanza anche in funzione delle differenti forme di rappresentazione e della ubicazione dei lavori.

Io quando ricevo l’incarico di realizzare un’opera pittorica (murale) da collocare in uno spazio pubblico tendo a ragionare assemblando l’approccio dell’architetto con quello del pittore, il messaggio ed il linguaggio sono sempre quelli appartenenti alla mia personalità di artista ma li elaboro in modo da rapportarli e farli dialogare con il contesto.

Il segno banale, incomprensibile, brutale, il medesimo replicato dappertutto che caratterizza alcuni streetartisti contemporanei non lo condivido, reputo che certe opere possano sfregiare un luogo (certo è tutto rimediabile quando può bastare una mano di pittura a ricoprire il danno…) così come sono sfregianti molti pessimi fabbricati presenti nelle nostre città in particolare nelle periferie.

Un’opera d’arte rispettosa del luogo ed in grado di aggiungere qualcosa di bello al contesto e può contribuire a riqualificarlo, questa è una funzione sociale fondamentale che dovrebbe essere considerata sia da chi fa l’architettura che da chi fa arte pubblica. Il mero messaggio non basta a giustificare un obbrobrio, se l’arte banale è inutile il brutto è malefico.

Non so se la bellezza salverà il mondo, certo è che non ha mai fatto del male a nessuno. Da questo punto di vista è molto più semplice affrontare un’opera da cavalletto…

Cosa dicono le tue opere? Quali messaggi vogliono comunicare?

Nella nostra società contemporanea i mezzi di comunicazione sono ormai diffusissimi e raggiungono sempre più rapidamente qualsiasi angolo del globo.

Credo che per trasmettere i messaggi riguardanti i nostri grandi problemi sociali, i conflitti e le guerre, i danni che provochiamo all’ambiente piuttosto che i flussi migratori e tante altre cose, possano benissimo essere impiegati altri mezzi tecnologicamente più adatti rispetto alla pittura.

Personalmente non ritengo neanche di dover contaminare la mia arte con il mio pensiero politico e le mie ideologie che pure posseggo. Preferisco riservare alla pittura i miei pensieri più intimi, le mie sensazioni, il mio spirito di osservazione delle persone e delle cose.

Per me dipingere ma anche confrontarmi con le opere degli artisti che mi piacciono è un’operazione introspettiva, vuole dire fermarmi a pensare, interpretare il soggetto e lasciarmi trasportare da quello che il medio della pittura è in grado di regalare ai sensi.

Osservare un dipinto è per me come ascoltare un brano musicale, percepisco delle sensazioni diverse rispetto alla vista di una fotografia o di un video, è una questione di educazione sensoriale.

Quale messaggio personale vorresti lasciarci?

Per prima cosa un ringraziamento a te, Alessandro Pedroni, per questa intervista, e poi evviva l’arte in tutte le sue forme ma soprattutto evviva la pittura!

Grazie Paolo Monga
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Alessandro Pedroni

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Ciao, se mi leggi forse condividi con me l’amore per il disegno e la pittura e sei sempre alla ricerca di approfondimenti e nuovi stimoli, cosciente che c'è sempre ancora molto da scoprire. Mi piace condividere quello che ho imparato in una vita di mestieri fatti con la matita e i pennelli in mano, per questo insegno disegno e pittura da più di dieci anni e scrivo articoli sulla pratica del disegno e della pittura su questo blog.

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