Mostra di Paolo Ferroni: Suggestioni “en plein air”

Vernissage: 22 marzo ore 17 – Galleria di Via del Moro 49 -Roma

La mostra resterà aperta dal 22 al 27 marzo 2022 – Orario: dalle 12 alle 20.
Curatrice: Giulia Maddalena

La mostra monotematica di Paolo Ferroni comprende paesaggi , scorci e in particolare gli alberi di Villa Ada, che il pittore ha cominciato a frequentare da più di un anno e gli ha fornito lo spunto per ritornare alla pittura figurativa, che realizza attraverso diverse tecniche, dall’acquarello alla matita-carboncino, talvolta all’acrilico.

La mostra “en plein air ”richiama apertamente la “ rivoluzione “ degli impressionisti rispetto alla cultura accademica dell’Ottocento, ma risulta originale anche rispetto alle fasi precedenti della pittura dell’autore, che, in precedenza è partito da una ricerca di stilizzazione e astrazione di forme e colori della realtà naturale e umana, arrivando ad esprimersi attraverso segni, forme, graffiti e materia sabbiosa.

Quale potrebbe essere il senso di questo ritorno alla natura e alla pittura “en plein air” ?

Mi è capitato di leggere ultimamente una recensione di Anna de Fazio Siciliano sulla mostra di Monet, che si è svolta al Palazzo Reale di Milano e a Genova.

Perchè ancora mostre su Monet? Si domanda la critica. “Perché Monet ci tiene ancora svegli?”

Uno dei motivi, al di là del canone inverso della sua pittura mobile e sonora, c’è anche per noi una drammatica, attualissima esigenza che sta in quel sentimento di nostalgia che si prova di fronte ai cambiamenti di un ambiente (la natura) violato, distrutto, irrimediabilmente perso”.

Allora questa potrebbe essere la risposta al perché ha ancora un senso oggi una pittura che mette al centro la natura.

La visione dei soggetti naturalistici di Paolo Ferroni mi ha dunque posto delle domande e suggerito una, specificamente filosofica, non certo nuova, ma che è stata da secoli al centro delle discussioni dei filosofi e degli artisti.

Che rapporto esiste tra arte e verità? L’opera d’arte è definita da Heidegger come la messa in opera della verità, o meglio esperienza di verità, nel senso che chi fa esperienza di verità ne esce in qualche modo modificato.

L’opera d’arte è come una scossa, un urto che ci trasferisce dall’abituale al prodigioso, in quanto incontro con qualcosa di discontinuo, di differente e quindi di nuovo rispetto al quotidiano.

Gli alberi di Paolo Ferroni sono quelli possiamo incontrare tutti i giorni, passeggiando per villa Ada, eppure i suoi quadri ci incantano, ci scuotono, ci tengono legati, ci raccontano storie, ci evocano ricordi, ci ispirano attese.

Attraverso l’uso dei contrasti cromatici, e del chiaroscuro, gli alberi ci accolgono come se li vedessimo per la prima volta.

Ed è proprio nella libertà e nella dinamicità dell’uso dei colori, a volte realistici, ma più spesso immaginifici, quasi onirici, nel tocco della pennellata, a volte sottile e leggera, a volte potente e incisiva, che i soggetti dei quadri ci aprono un mondo di significati, di rimandi emotivi e culturali, di suggestioni indefinite.

Questa fruizione diventa dunque un’esperienza di verità, che è soggettiva e comune a tutti gli uomini quindi universale. Seguendo le indicazioni della immane ricerca junghiana sull’inconscio collettivo, l’albero, sin dall’antichità, rappresenta l’archetipo della vita, nel suo ciclo vitale, di nascita, di sviluppo, di morte e di rinnovamento, quindi di immortalità.

Gli alberi di Paolo Ferroni, nella loro ripetitività e diversificazione ci rimandano in qualche modo al simbolo universale della vita; sono lì, fissi alla terra con le loro radici e ci trasmettono forza, stabilità, con la loro chioma ampia ci ispirano un senso quasi materno di protezione, eppure si aprono al cielo, un cielo a volte terso, a volte nuvoloso, a volte tinto del rosa del tramonto e diventano così, unendo cielo e terra, l’asse del mondo.

Ai paesaggi estivi luminosi e sereni fanno da contrappunto gli alberi spogli e malinconici che tendono i rami verso il cielo in un tramonto invernale, come fossero mani in cerca di aiuto. Gli stessi paesaggi sono dipinti nelle diverse ore del giorno e della sera e durante le varie stagioni, quasi a voler evocare il ripetersi del ciclo della vita.

Pur non essendo presenti figure umane, la natura dipinta da Ferroni non trasmette un senso di solitudine o di silenzio, ma si percepisce una natura umanizzata: gli alberi delimitano quasi sempre una via da percorrere, un sentiero da scoprire oppure si nota una panchina su cui sedersi, o una torre merlata o una staccionata che rivelano la presenza fattiva dell’uomo, insomma è una natura che evoca l’incontro con l’altro, sia pure con uno scoiattolo frettoloso.

La natura è la protagonista dei quadri, ma l’autore non è l’attento e scrupoloso osservatore dei particolari, ma è lì, dentro la natura, partecipa agli stessi paesaggi che rivive e modifica dinamicamente e interpreta con una venatura espressionistica .In questo modo invita all’incontro lo spettatore e favorisce quella “ fusione di orizzonti” tra l’autore e il fruitore che è la cifra fondamentale dell’esperienza artistica.

Giulia Maddalena

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