A volte mi capita di sognare di galleggiare nello spazio infinito, immenso e oscuro, incerto,
immobile e pieno di un numero imprecisato di oggetti piccolissimi e lontanissimi. Lì danzo
lento dietro lo sguardo che salta impazzito da un oggetto all'altro cercando quello giusto,
quello possibile, raggiungibile, che voglio toccare e forse, così, comprendere. Ma non ci
riesco. Una volta raggiunti, gli oggetti sono sempre troppo piccoli e lontani e poi, improvvisamente,
vicinissimi e enormi, impossibili da contenere tra le mani, tra le cose note, tra le
cose certe.
Nei quadri di Lea si ritrova questo sogno, scovato e aperto nell'avventura dell'Apollo18, l'ultima
e la prima mai partita perché abbandonata, delusa prima di ogni possibile scoperta.
Le stanze di Lea appese nel vuoto immenso, buio, immobile e pieno, legate a fili sottilissimi
che si spingono fuori margine, sono proprio come gli oggetti che s'incontrano nei sogni e
come quelli che avremmo temuto di scoprire tornando nello spazio un'altra e ultima volta.
Ci attirano e ci atterriscono quegli oggetti, vorremmo starci dentro, protetti dalle inquietudini
dell'ignoto e li vediamo solo da lontano, incomprensibili nel contrasto con la serena normalità
dei piccoli pezzi quotidiani del nostro vivere: le rassicuranti sedie delle case, i frammenti
dei giornali, la luce rifratta dei desideri, il mare teso e i cieli bruni.
Tratti sottili come pensieri, decisi e incerti, configurano le prospettive inesatte e irripetibili
dello Spazio che emerge per sottrazione, riduzione, assenza, vuoto. Un caos pre-creativo che
ci è precluso dalle nebulose di filamenti, nidi di idee, scarabocchi di parole e remore. In una
versione sciolta e confusa del tratto di penna col quale Alighiero Boetti metteva “al mondo
il mondo” ('72-'73), qui Lea rimette lo spazio al suo giusto, morbido disordine.
L'esposizione è un viaggio nelle nostre paure, nelle nostre inquietudini, nello spazio mai visitato
delle nostre incognite, in quello abbandonato a sé stesso dalla non-volontà di spingerci
davvero nei perché della solitudine, nei
come del buio e della luce, nel dove del frastuono
di graffi e pensieri rapidi e fragilissimi. Le tele formate da uno, due tre o quattro parti una
nell'altra, una sull'altra, non formulano l'equilibrio estetico o formale del mondo quanto
misurano l'impossibilità che un unico pensiero, un
mandala occidentale tutto materialità e
esplorazione razionale (anche quello delle missioni spaziali) possa chiarire il profondo delle
paure che persistono nelle piccole materialità di ogni giorno.
Maurizio Memoli
SPAZIO P
presenta
APOLLO 18
LEA GRAMSDORFF
inaugurazione sabato 12 novembre 2011
dal 12 nov. al 3 dic.
dal martedi al sabato ore 19/24
Via Napoli 62 - Cagliari A volte mi capita di sognare di galleggiare nello spazio infinito, immenso e oscuro, incerto, immobile e pieno di un numero imprecisato di oggetti piccolissimi e lontanissimi. Lì danzo lento dietro lo sguardo che salta impazzito da un oggetto all'altro cercando quello giusto, quello possibile, raggiungibile, che voglio toccare e forse, così, comprendere. Ma non ci riesco. Una volta raggiunti, gli oggetti sono sempre troppo piccoli e lontani e poi, improvvisamente, vicinissimi e enormi, impossibili da contenere tra le mani, tra le cose note, tra le cose certe.